Esistono - in senso letterale e metaforico – “paradigmi” conoscitivi e relazionali. Di paradigmi in campo conoscitivo, ne possiamo ricordare almeno tre: quello “visivo” è prevalente in campo filosofico (gli occhi della ragione per vedere le idee o attraverso le idee: teoria, teoresi), quello “uditivo” è prevalente in campo religioso (le orecchie della fede per prestare ascolto alla Parola: ob-audire) e quello “tattile”, prevalente in campo scientifico (le mani della mente per fare sperimentare: sensate esperienze). Oltre ai paradigmi conoscitivi, ci sono anche paradigmi relazionali, tra cui quello di tipo tattile.

Come ogni altro organo di senso, il tatto ci mette in relazione con oggetti e persone, ma quella del tatto è una relazionalità specifica, diversa da quella degli altri organi di senso, in quanto coinvolge il soggetto nella sua unità corporeo-spirituale, cioè come “spirito nella condizione di incarnazione” (direbbe Jacques Maritain) ovvero come “spirito incarnato” (direbbe a sua volta Emmanuel Mounier), per sottolineare che nel tatto prevale il carattere della “unità” della persona nelle sue dimensioni intellettuale, emozionale, affettiva e spirituale con ricadute su diversi ambiti: da quello interpersonale a quello estetico, da quello sociale a quello religioso.

Al di là della ampiezza del suo uso, la facoltà della tattilità è da configurare come un paradigma relazionale, in senso letterale e in senso metaforico, e sul tatto mi pare che - proprio oggi - possa tornare opportuno riflettere dal momento che esso si trova messo in discussione dall’attuale emergenza sanitaria (“coronavirus”) e - prima ancora e in altro modo - dalle crescenti innovazioni tecnologiche (i “social”). Di questo paradigma relazionale che è il tatto ci occuperemo con riferimento ad alcune questioni: una sul piano dell’arte e le altre sul piano della società, con riferimento ad aspetti sanitari, politici e religiosi, Vediamo partitamente questi aspetti.

Ascolta il vocale: